I confini delle patologie: criteri e vissuti

I confini delle patologie
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Il concetto di “normalità” in psicologia è controverso e difficile da definire. Nella vita di tutti i giorni utilizziamo di continuo il termine “normale”, ma in realtà questo concetto si basa su principi completamente arbitrari dettati dalle norme della società, ignorando l’esperienza individuale. Per questo motivo, per l3 professionist3 della salute mentale è importante considerare il vissuto della persona per delimitare i confini delle psicopatologie, non attuando a priori una netta divisione da una presunta “normalità”. 

Un primo criterio utilizzato per identificare la patologia è sicuramente quello biologico. Se si associa un danno organico a una determinata malattia, risulta sicuramente più semplice delinearla. Qualsiasi diagnosi medica si basa su precisi parametri biologici e vitali, cosa non sempre possibile nella psicologia, in cui i disturbi hanno diverse declinazioni anche a seconda della persona che ne è affetta. Perciò, il criterio adottato è quello statistico: negli anni sono stati elaborati un gran numero di test e questionari per valutare specifici tratti o costrutti e per facilitare l’identificazione dei disturbi, misurando l’effettiva presenza delle loro caratteristiche distintive. Gli strumenti usati in psicologia sono stati “standardizzati” su campioni molto grandi e generalizzabili alla popolazione. Ciò ha permesso di stabilire le differenze di cosa è frequente nella popolazione generale e in quella clinica e di distinguere i tratti che caratterizzano il campione clinico da quello generale. Ogni tratto o parametro, se valutato all’interno della popolazione, presenterà un andamento “normale” o “gaussiano”, e quindi molt3 mostreranno livelli medi di quel tratto e poch3 avranno livelli bassi o alti. 

Se parliamo di psicopatologia, però, fare riferimento semplicemente alla “normalità statistica” è riduttivo, visto che i termini sono spesso definiti dalla società: è qui che entra in gioco il criterio sociale. In questo caso, ciò che è giusto o sbagliato dipende da fattori storici, culturali e sociali – spesso dettati anche dalle sovrastrutture di potere – e per questo una patologia psichiatrica o psicologica non è sempre definibile in modo univoco. Il DSM definisce, ad esempio, i disturbi di personalità come “un pattern abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo”, chiamando infatti in causa la cultura di appartenenza e la dimensione individuale.

Per fare un esempio, quando pensiamo ad un disturbo schizoide di personalità, il cui comportamento cardine è il distacco e il disinteresse verso le relazioni sociali, dobbiamo fare molta attenzione anche all’aspetto culturale della persona: se stiamo parlando di una persona che vive in un paese che predilige il ritiro sociale, questo tipo di comportamento viene accettato dalla società e non devia da essa, quindi non costituisce un disturbo. Un altro caso è quello dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, alcuni dei quali, come l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa, possono essere associati al digiuno o al rifiuto del cibo, criteri che non sempre definiscono una patologia. Per esempio, una persona di religione islamica di solito digiuna durante il Ramadan, ma non per questo soffre di un determinato disturbo. 

Dunque, il criterio biologico non è sempre presente o facilmente individuabile; quello statistico può risultare riduttivo se si pensa alla complessità di ogni persona, che esiste oltre il suo disturbo; e quello culturale non può certamente essere condizione sufficiente per determinare il disturbo stesso, altrimenti si farebbe una diagnosi ad ogni persona che è giudicata negativamente o che è vittima di stereotipi e discriminazioni da parte della società. Ciò che ancora manca nel delineare il confine tra normalità e psicopatologia è il criterio soggettivo: in generale, per definire un disturbo come tale, esso deve influire marcatamente e negativamente nella vita del soggetto. Infatti, si parla di “disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti”. 

L’ansia, in determinati momenti, è una sensazione condivisibile: prima di un esame, di un appuntamento importante, se dobbiamo fare qualcosa che non abbiamo mai fatto prima. Essa però diventa patologica se ci impedisce di condurre una vita serena e completa, se smettiamo di fare cose che ci piacciono per paura che accada qualcosa di brutto, adottando condotte di evitamento. Lo stesso discorso vale per la tristezza. Tutt3 la provano quando accade qualcosa che devia dalle aspettative o che sorprende in negativo, come un lutto improvviso. Se limitata al momento e al contesto, è funzionale e ci aiuta ad elaborare gli eventi di vita negativi che l’hanno scatenata. Se invece diventa costante e invalidante, offusca i nostri pensieri e non ci permette di andare avanti, si può trasformare in un disturbo dell’umore, e ciò vale anche per altre emozioni, come per esempio l’euforia.

Quando pensiamo all’ossessività ci riferiamo a un tratto della personalità che può essere più o meno espresso nella popolazione generale, sempre in base alla legge gaussiana. Però, il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato da ossessioni intrusive associate a un forte senso di disagio alleviato – solo momentaneamente – dalle compulsioni, gesti o rituali ripetitivi che non si può fare a meno di mettere in atto, con una conseguente perdita di tempo e un marcato malessere. I disturbi psicopatologici sono multifattoriali e si discostano spesso dalle loro caratteristiche distintive, adattandosi all’unicità di ogni persona, e sottendono una complessità tale che bisogna prendere in considerazione molteplici fattori per individuarli. Non è facile tracciare i confini delle psicopatologie, e non bisogna mai sottovalutare questo compito né assegnare etichette con leggerezza.

Veronica, Beatrice, Irene e Giulia

Fonti:

American Psychiatric Association, & American Psychiatric Association. (2013). DSM 5. American Psychiatric Association70.

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