L’accessibilità della terapia tra barriere e facilitatori

Accessibilità della terapia
Persone vettore creata da pikisuperstar – it.freepik.com

Negli ultimi tempi, complice la pandemia globale di covid19, la salute mentale è diventata sempre più importante nella vita quotidiana delle persone e, come conseguenza, si è molto discusso e sottolineato come essa debba essere più accessibile e sottratta da ogni pregiudizio che si porta dietro. In Italia, l’assistenza psicologica viene riconosciuta come diritto e viene quindi fornita dallo Stato tramite i Dipartimenti di salute mentale territoriali, che coordinano le cure e le attività riabilitative attraverso i CSM, i reparti ospedalieri e le varie cliniche pubbliche. In teoria, è necessaria solamente la ricetta del medico di base per accedere ai servizi del sistema pubblico nazionale in modo gratuito o comunque a prezzi vantaggiosi. I problemi però sono molteplici: i tempi sono spesso molto dilatati, date le lunghe liste di attesa e la poca flessibilità degli orari; la distribuzione dei centri sul territorio non è equa, costringendo le persone a dover cambiare città o addirittura regione per ricevere delle cure, cosa non sempre possibile; essendo la salute mentale sottovalutata, è spesso difficile trovare nel settore pubblico dei trattamenti specifici offerti da personale specializzato, cosa molto più facile nel privato ma molto meno accessibile economicamente. Proprio per questi motivi, essendo la gratuità della terapia psicologica legata solo al SSN, migliaia di persone non hanno quindi la possibilità di accedere a un servizio basilare e umano – per non contare anche altre discriminazioni, come quella del razzismo latente dello Stato verso coloro che non hanno ancora, per i più svariati motivi, i documenti italiani.

Chi non ha modo di accedere alle terapie pubbliche e a superare tutti gli step burocratici riservati solo a una parte dell3 cittadin3, deve rivolgersi quindi al settore privato. Qui le cure dipendono esclusivamente dalla possibilità economica, fattore fortemente limitante visti i costi elevati delle terapie psicologiche, psicoterapeutiche e psichiatriche: chi ha bisogno di anni di sedute settimanali può arrivare a spendere anche decine di migliaia di euro. Le conseguenze sono numerose: c’è chi si vede costrettə a diminuire drasticamente il numero di sedute necessarie (rendendo più difficile la continuità della terapia), chi deve trovare soluzioni economiche alternative come prestiti, mutui e quanto altro (aggiungendo ulteriore stress psicologico alla sua situazione), chi abbandona la terapia e chi non ci prova affatto. Secondo vari studi, la povertà affligge notevolmente la salute mentale, anche fin dalla nascita: essere cresciut3 in un ambiente povero contribuisce allo sviluppo di problemi di natura psicologica, oltre che alla creazione di uno svantaggio a livello di educazione, formazione e cultura. Inoltre, avere problemi finanziari aumenta notevolmente lo stress e la possibilità di avere disturbi di ansia. A tutto ciò, si aggiunge il fatto che lo stigma legato alle malattie mentali porta a discriminazioni soprattutto a livello lavorativo, rendendo molto più difficile trovare lavoro e negando spesso la possibilità di sostentarsi a chi già ha difficoltà invalidanti nel suo quotidiano.

La povertà affonda le radici in un sistema capitalista fortemente razzista, classista e discriminatorio: l’accessibilità delle cure psicologiche, che dipende per lo più dalla possibilità economica, si lega anch’essa a questo sistema. Inoltre, l3 terapeut3 sono fortemente condizionat3 dalla cultura e dalla società: la qualità dei trattamenti dipende anche dalla capacità dellə specialista della salute mentale di andare oltre determinati bias che derivano da studi spesso molto antichi, e quindi di stampo patriarcale, razzista e – soprattutto – solamente occidentale. Dunque, chi riesce a ottenere i mezzi per avviare la terapia, deve poi fare i conti con altrettanti ostacoli sociali e culturali: non mancano ancora oggi azioni “riabilitative” verso persone transgender, asessuali, omo e bisessuali, lesbiche, e via dicendo. L’orientamento sessuale e di genere che non si riconosce nell’eterocisnormatività è stato considerato un disturbo mentale fino a tempi relativamente recenti, e proprio per questo – ancora oggi – viene patologizzato sulla base dei pregiudizi. Anche se ci sono stati passi avanti in questo senso, molt3 pazienti denunciano una terapia troppo incentrata sul ricercare le motivazioni di questa “diversità” piuttosto che sulla persona stessa, sui suoi bisogni e sui suoi problemi. La situazione è simile per le persone grasse: verso di loro, lo stigma è molto forte in ambito medico, ospedaliero e psicoterapeutico. Questo porta a vedere l’essere grass3 come una colpa: mancanza di disciplina e motivazione, bassa autostima e incompetenza, spesso si ricerca a tutti i costi anche un trauma alla base, patologizzando una mente solo perché vive in un corpo non rispettato e non riconosciuto dalla società. La grassezza, poi, per l3 specialist3 della salute mentale, spesso diventa anche la sola e unica causa dei possibili problemi psicologici che vengono portati in seduta, contribuendo anche qui a far sentire la persona incompresa e all’abbandono della terapia.

Proprio per questo, non bisogna dimenticare gli effetti che la società ha sulle persone: i fenomeni discriminatori sono fonte di estremo stress e di disagio, perciò non è una sorpresa che, tra le persone che soffrono di problemi psicologici, moltissim3 appartengano a delle minoranze. Per esempio, la connessione tra razzismo e salute mentale è molto forte; le microaggressioni, le barriere sociali, la mancanza di eque possibilità, sono tutti fattori che influenzano fortemente l’ambiente in cui si vive, e non si può affrontare un percorso di guarigione se mancano costantemente i presupposti, i mezzi e le forze per farlo. Inoltre, moltissime persone razzializzate riportano una ripetizione di queste dinamiche anche nell’ambito della terapia, vedendo il loro vissuto di sofferenze invalidato dallə professionista di turno che dovrebbe invece avere il compito di creare un ambiente sicuro.

Oltre a snellire la burocrazia e a estendere l’accesso di un servizio fondamentale come quello sanitario a tutt3 – indipendentemente dal paese di origine, dai documenti, dalla possibilità economica – la terapia psicologica deve liberarsi da ogni costrutto sociale e culturale e deve avere come unico punto focale lə paziente come persona. L’accessibilità dipende dall’economia, ma anche dalla società e dalla cultura: bisogna lavorare sulla piena equità e uguaglianza di questo diritto, ma anche sulla liberazione da qualsiasi pregiudizio, dal sanismo culturale e istituzionale e dal bigottismo degli studi che si trova ancora molto nelle università.  

Beatrice, Giulia, Veronica e Irene

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...