Antifascismo e femminismo: la Resistenza delle donne

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La storia della Resistenza è imprescindibile da quella del femminismo: la presa di coscienza collettiva antifascista passa da quella delle donne, e non ci sarebbe stata nessuna liberazione senza l’aiuto femminile – anche se molto spesso esso passa in secondo piano nel discorso storico del momento. Dopo essere state relegate al loro ruolo “naturale” e culturale dal fascismo di Mussolini, che le vedeva principalmente come mogli e madri, furono in migliaia a prendere le redini di un movimento atto alla liberazione da una dittatura che, oltre a essere politica, era anche culturale, sociale ed economica. Attraverso soprattutto la costituzione di gruppi sociali femminili e numerose azioni eterogenee, le donne sono uscite con forza dal paradigma fascista che era stato loro affibbiato, e hanno iniziato a lottare insieme agli uomini – ma anche contro di loro – per distruggere un sistema e un retaggio che le aveva violentate in tutti i modi possibili. La prima organizzazione partitica femminile si ha nel 1943 con i Gruppi di Difesa della Donna (GDD), i cui obbiettivi erano:

organizzare la donna per le conquiste dei propri diritti, come donna e come italiana, nel quadro della lotta che tutto il popolo
conduce per la liberazione della patria.

Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli), Fondo Clnai, busta 14, fascicolo 37; Il Comitato nazionale dei Gruppi di Difesa della Donna al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, 18 giugno 1944

Attraverso un uso sapiente della propaganda, di volantinaggio e manifesti, nel giro di pochi mesi nacquero decine e decine di questi gruppi in tutta Italia, nelle città e nelle campagne, accogliendo donne provenienti da qualsiasi ceto sociale con l’obbiettivo comune e necessario di resistere al regime e abbattere un sistema patriarcale opprimente. L’aiuto alle forze partigiane consisteva nell’assistenza generale dei combattenti (medica, sanitaria, di approvvigionamento, ecc.), delle loro famiglie, ma anche nel reclutamento di nuove forze e nella partecipazione a manifestazioni e scioperi. Importante è dunque segnalare lo sciopero del pane a Parma del 16 ‘ottobre del ’41, iniziato con l’attacco ai furgoni della Barilla che contenevano il pane e alle proteste per le vie della città. Fermate dalla polizia, le manifestanti vennero considerate – senza alcuna sorpresa – una ciurma di donne scalmanate e isteriche. Nel giro di un anno, i GDD diventarono 116, con 2299 iscrizioni che permisero di creare una struttura più complessa e ordinata, in modo da organizzare meglio gli aiuti, le forze e le strutture che servivano a mobilitare sempre più donne e sempre più persone alla causa antifascista e femminista. Arrivarono poi a essere oltre 70.000, secondo le cifre riconosciute dal CLNAI.

Fondamentale, poi, fu il ruolo delle staffette, non prettamente femminile ma a cui presero parte per la maggior parte donne: esse erano giovani e avevano il compito di permettere la comunicazione tra i vari membri e le formazioni delle forze partigiane condividendo informazioni e direttive. La loro età permetteva di avere una maggiore libertà e una minore possibilità di venire controllate: l’essere donna era ovviamente sinonimo dell’essere innocua. Carla Capponi partecipò a numerose rappresaglie e azioni armate contro i nazifascisti, Gina Borellini rischiò la vita almeno cinque volte per non rinunciare alla lotta armata e alla resistenza, Nilde Iotti fu porta-ordini e giocò un ruolo decisivo nell’organizzazione dei GDD e, in seguito, nella costruzione della Costituzione e della Repubblica Italiana. Se è impossibile fare i nomi e parlare di tutte le donne che hanno partecipato alla Resistenza, senza le quali essa non sarebbe stata possibile, è perché il loro ruolo è stato decisivo e quantitativamente numeroso: secondo l’ANPI, che afferma come siano numeri molto “in difetto” [“Tante donne, presumibilmente, non chiederanno il riconoscimento; a tante, materialmente, esso sarà ingiustamente negato”], ci sono state

35.000 le donne che operavano come combattenti

20.000 le patriote, con funzioni di supporto

70.000 tutto le donne organizzate nei GDD

4.653 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti

2.756 il numero delle deportate nei lager tedeschi

2.900 le donne giustiziate o uccise in combattimento

512 le commissarie di guerra

1.700 le donne ferite

L’antifascismo è una delle tappe iniziali del femminismo italiano, il punto di partenza della visione delle donne come persone degne di far parte di un movimento di lotta, compagne di cui fidarsi, combattenti arrabbiate e pronte a tutto per la liberazione dal regime nazifascista. Non ci sarebbe 25 aprile senza la Resistenza delle donne, e non ci sarebbe femminismo senza il movimento partigiano: oggi il fascismo vive ancora e va combattuto nelle diseguaglianze sociali, economiche e di classe, nel razzismo, nella politica cattolica che giura sul Vangelo e si nasconde dietro le “tradizioni da salvaguardare”, nella divisione del binarismo di genere e dei suoi ruoli convenzionali, nella mascolinità tossica dell’uomo virile protettore della famiglia e della patria, nel paternalismo statale e culturale e familiare, nella mancanza di diritti e di scelta per tutt3, nelle istituzioni di polizia, che più di tutto rappresentano il potere e il regime fascista. Non può esistere un femminismo che non sia antifascista: la lotta è di tutt3 e per tutt3 perché solo ” […] l’unione solidale, compatta, decisa, ci permetterà di riuscire a superare questo periodo” (Protesta e azione, «La Difesa della Lavoratrice», n. 3, 31 dicembre 1944).

Beatrice

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