Il consenso e l’importanza di rispettarlo

Consenso
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Il consenso è un concetto molto ampio e allo stesso tempo molto personale. Infatti, sebbene debba avere delle caratteristiche specifiche per essere considerato tale, ogni persona è libera di porre i propri limiti in maniera completamente legittima. Per questo motivo, esso contiene sempre in sé la nozione di affermatività, ma varia a seconda del contesto, dei modi e dei termini in cui viene affrontato il tema.

Quando si parla di consenso, spesso lo si connette a una sfera di significato prettamente legata alla violenza sessuale, con lo scopo di demolire la cultura dello stupro e abbattere tutti quegli stereotipi che invalidano le storie dell3 survivors. In questo senso, il testo più autorevole in materia in Europa è la Convenzione di Instanbul che, all’articolo 36, paragrafo 2, recita:

Il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto.

Molto spesso, in tutte quelle situazioni che si allontanano da quella che viene considerata una “vera violenza sessuale” – per esempio, quando compiuta da partner, quando non c’è penetrazione, quando le reazioni sono quelle del freezing (bloccarsi) o fawning (compiacere), e via dicendo – la nozione di consenso viene utilizzata contro la vittima. Per esempio, la mancanza di un secco “no” viene vista come un “sì”, la relazione con l’abuser viene usata per giustificare la violenza, viene insomma invalidato il vissuto della persona interessata arrivando a considerarla persino una bugiarda. A questo proposito, in un articolo per Il Post, la giornalista Giulia Siviero parte da un caso di cronaca e descrive cosa sia il consenso paragonandolo a una tazza di tè: se si cambia idea non si deve essere costrett3 a berlo; se ci si sente in pericolo allora non si sceglie liberamente di berlo; se alla domanda “vuoi del té?” non si riceve un “sì” come risposta, allora il té deve rimanere sul tavolo. Per tutti questi motivi, a livello legislativo si stanno facendo dei passi avanti per includere sempre più la nozione di consenso nella valutazione dei reati di violenza sessuale: dal “No means no”, ci si dirige sempre più verso il “Yes means yes”, dove la cosa più importante è l’esplicitazione e la libertà dell’azione di affermazione.

Il consenso deve essere perciò sempre esplicito, libero (qualsiasi forma di coercizione ne nega la validità), informato (qualsiasi forma di inganno ne nega la validità), ribadito ogni volta e in ogni diversa situazione (perché acconsentendo a una cosa non si acconsente automaticamente a tutto). In particolare, una cosa che non viene abbastanza detta è che non solo non è obbligatorio darlo in tutte le circostanze, ma che è possibile anche non darlo mai: se una persona non vuole essere coinvolta in nessun modo in interazioni appartenenti all’ambito sessuale, aspettare che prima o poi cambi idea o invalidare la sua posizione è anch’essa una forma di violenza. Il consenso ingloba in sé anche il concetto di libertà e, in quanto tale, si deve essere liber3 anche di negarlo in maniera definitiva senza subire pressioni al riguardo.

Uscendo dalla sfera prettamente di ambito sessuale, si può dire che ogni invasione del campo fisico – il cosiddetto “spazio personale” che la persona vuole mantenere nelle interazioni sociali – e psicologico dell’altrə deve essere preceduta dal permesso di essere attuata. Per esempio, questo è ben visibile nel fenomeno del catcalling: le molestie di strada sono, appunto, molestie, proprio perché – oltre all’oggettificazione sessuale e allo squilibrato rapporto di potere che di solito c’è tra chi la fa e chi la riceve nella società patriarcale – non c’è consenso. Infatti, se non si conosce la persona e se non le si chiede prima il permesso di avvicinarsi e parlare, si sfocia nella violazione della volontà e dei limiti imposti dalla persona in questione.

Il discorso si può complicare se si prendono in considerazione, per esempio, le culture ad alto contatto: tutti quei contesti in cui c’è più contatto fisico, ci si avvicina di più nelle interazioni sociali e ci si guarda di più, come per esempio succede nelle aree del Sud America o anche in Italia. Per chi vede l’essere toccatə come un’invasione del proprio spazio personale, è difficile crescere e adattarsi a queste usanze per cui anche solo un primo incontro inizia con una stretta di mano o, in maniera più informale, con due baci sulla guancia. In questo senso, sono spesso queste persone a doversi conformare alla maggioranza – un po’ come succede per tutt3 quell3 a cui la società dice che il consenso, prima o poi, deve essere dato per forza, almeno in alcune occasioni.

Riflettere sui limiti e sulle concessioni che riguardano gli spazi fisici e mentali è molto importante, perché porta a guardare tutto da un’ottica che prescinde dalle nostre volontà e da quello che noi vediamo come giusto o sbagliato: i termini del consenso variano da persona a persona, da situazione a situazione, e devono essere rispettati anche quando sono dei “no” definitivi. Qualsiasi tipo di pressione e di coercizione, sia in ambito sessuale che intimo e personale, è una forma di violenza e di violazione. Normalizzare le discussioni sul consenso significa anche applicarle a tutti gli ambiti di interazione fra persone, per far sì che il volere e il non volere di tutt3 venga sempre rispettato e non ci si senta più costrett3 a dover oltrepassare i propri confini perché è il contesto che ci dice così.

Giulia

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