Identità tra esistenza e resistenza

Foto di 愚木混株 Cdd20 da Pixabay

Come definire l’identità? Essa è l’insieme di tutte le cose che ci appartengono, che sentiamo come nostre caratteristiche e come aspetti che ci definiscono. Essa rappresenta la nostra interiorità ma si scontra con tutto ciò che è fuori da noi. Infatti, un ruolo fondamentale nella costruzione della nostra identità viene giocato dal mondo esterno: riconoscere ciò che non siamo ci aiuta anche a capire ciò che siamo, ma al tempo stesso definisce anche ciò che possiamo diventare – almeno in parte.

Secondo Jacques Lacan, un momento fondamentale nello sviluppo della psiche è il cosiddetto stadio dello specchio: l’infante, davanti appunto a uno specchio, riconosce che la figura riflessa è il suo io, e capisce anche che il suo io è separato dal resto. Questa dicotomia tra l’io e l’altro è molto importante, perché stabilisce i nostri confini e contorni sia a livello fisico che mentale. Infatti, ciò che avviene è la base della costituzione della propria identità, che permette di ritrovarsi in un proprio mondo interno e comprendere come poter interagire con l’esterno senza esserne sopraffatt3. Partendo da questa interezza, si dovrebbe essere poi in grado di costruire e riconoscere man mano ciò che una persona è, ciò che vuole e ciò che fa. Ci sono, però, degli avvenimenti e delle condizioni che hanno degli effetti molto negativi su questi processi, e che influenzano in vari modi il percorso di gran parte degli esseri umani, magari fino al punto di farli sentire come se fossero tornati a uno stadio ancora precedente: senza identità e con un io talmente frammentato da non riuscire a riconoscerlo.

Nella società odierna, sono moltissimi i fattori che influiscono sulle possibilità di esplorare e definire la propria identità. Essi agiscono non solo a livello individuale, ma soprattutto a livello sistemico: la concatenazione di oppressioni che molt3 vivono sulla propria pelle ne sono un palese esempio, perché prendono le persone e le chiudono in delle scatole preconfezionate da tutti i pregiudizi che si portano dietro. Ma non solo, queste discriminazioni pongono determinate parti di popolazione in condizione di svantaggio già in partenza, non dando loro il tempo e lo spazio necessario per definirsi come più vogliono e ritengono giusto per sé. In quest’ultimo caso, per esempio, la classe sociale influisce in maniera particolare, perché comporta tutta una serie di privilegi o svantaggi importanti: l’accesso all’educazione, il lavoro e il tempo libero, il grado di ricchezza e così via. Ovviamente, chi appartiene a un ceto più alto, ha molti più modi e possibilità per capire cosa desidera nella vita e per ottenerlo. Al contrario, chi è costrettə a usare tutte le proprie energie per un arduo sostentamento, vede il numero delle sue opzioni ridursi sempre di più, perché il mito del “volere è potere” non esiste in un mondo pieno di disparità volte a preservare il privilegio di poch3.

Il classismo e l’oppressione capitalista, inoltre, sono strettamente connesse a molti altri tipi di discriminazioni, tra cui il razzismo. Il costrutto sociale della razza, creato dal colonialismo e dalla supremazia bianca, ha importanti ripercussioni ancora oggi che vengono riverberate in ambito lavorativo, medico, pubblico e privato. Alle persone non bianche viene assegnato di default un ruolo che ne pregiudica l’accesso a determinate aree sociali, che le porta a subire aggressioni e oppressioni, che le racchiude in un contorno che non appartiene loro ma in cui vengono costrette a rientrare. Tutto ciò, anche se in modi diversi, accade anche rispetto ad altre caratteristiche che vengono stigmatizzate: l’appartenenza a una religione, l’aspetto fisico, il genere, più in generale tutto ciò che viene considerato non conforme ai canoni dell’identità considerata “normale”.

Assemblare il proprio io al di fuori degli schemi sociali è un’impresa difficilissima – se non impossibile – dal momento in cui essi condizionano il proprio modo di sentirsi rispetto anche a cose che magari si è o si vuole essere. Così, non può esistere una completa e totale libertà nel decidere come vestirsi ed esprimersi nell’apparenza, a causa degli standard fisici di bellezza e della grassofobia (che condiziona anche il rapporto col proprio corpo e causa problemi anche nell’indagare altre parti di sé); nello scoprire un proprio modo di vivere la sessualità oltre la sfera etero, allo e mononormata, perché si è oggetto di costanti pregiudizi o – come nel caso dell’asessualità – si viene invisibilizzat3 e considerat3 sbagliat3 tutto il tempo, mancant3 di una parte che viene costantemente presentata come facente parte di tutt3; nel ricercare una propria identità di genere al di fuori del binarismo uomo-donna, della dinamica per cui è nel giusto solamente chi si attiene alla regola che il corpo definisce e definirà sempre chi sei. Se si parla di abilismo, si può osservare anche come una persona con disabilità fisiche visibili venga immediatamente infantilizzata e vista come non capace di avere una propria espressione oltre quella della disabilità stessa. Se si parla di sanismo, mettendo da parte il modo in cui i disturbi mentali influenzano la concezione del proprio io, si è anche evidenziato come lo stigma abbia un impatto talmente forte sull’individuo che, quando si comprende di avere un problema di questo tipo, si interiorizzano moltissimi pregiudizi che esistono riguardo l’essere affett3 da queste malattie e la propria visione di sé viene inficiata dal crescente senso di inadeguatezza e incompetenza.

Perciò, è evidente come le discriminazioni sociali rendano impervio e spesso blocchino il percorso verso la scoperta della propria identità e dei confini personali in cui più ci si sente a proprio agio. Proprio per questo motivo, spesso l’autodeterminazione e la resistenza diventano il fine dei processi espressivi da questo punto di vista: si ha voglia di far sentire la propria voce per rompere le catene dei pregiudizi, di mettere le proprie azioni al servizio della libertà. Anche se la situazione è questa, è lecito chiedersi chi saremmo se non fossimo stat3 incasellat3 da schemi predefiniti, se la nostra unicità venisse riconosciuta a prescindere e non avessimo il bisogno costante di rivendicarla, se non avessimo subito tutto quello che abbiamo subito a causa di questo sistema che legittima il pregiudizio e la violenza. Chi saremmo se potessimo semplicemente esistere senza essere costrett3 a dover resistere?

Giulia

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