Donne e politica: i numeri nel mondo

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Nell’ultimo decennio, in alcuni paesi del mondo, si sono sviluppate sempre più azioni per fare in modo che le donne avessero più rappresentanza politica nei luoghi decisionali. Questi provvedimenti temporanei hanno come obbiettivo quello di rendere più paritario l’accesso alle posizioni politiche e mostrare come le donne possano essere parte della vita politica del loro paese, immagine più o meno ancora interiorizzata nella mente della maggior parte della popolazione. Per millenni, in tutto il mondo, esse sono state escluse dalla vita politica e dalle scelte decisionali ed economiche perfino della loro famiglia e ciò ha portato a evidenti mancanze sia sociali/civili sia culturali, facendo appunto interiorizzare agli uomini, alle stesse donne e a tutte le persone in generale la visione che le decisioni importanti siano essenzialmente maschili.

Non è nemmeno passato un secolo da quando in Italia le donne hanno ottenuto il diritto di voto (era il 1945, tra gli ultimi paesi in Europa), e questo non può che essersi riflesso nella vita sociale e culturale del nostro paese, ancora altamente patriarcale e con numeri molto bassi di partecipazione femminile. In un report sulla Partecipazione politica dell’ISTAT del 2019, “si informa almeno settimanalmente di politica solo il 45,8% delle donne (60,2% di uomini); parla di politica almeno una volta a settimana il 25,3% (41,1%) e ascolta dibattiti politici l’11,9% (18,2% di uomini). Il divario di genere è legato all’età, è inesistente tra i più giovani (14-17 anni) e cresce progressivamente a partire dai 20 anni, diventando particolarmente evidente dopo i 60”. La popolazione più anziana è ovviamente più abituata a vedere come maschili i poteri politici e decisionali in generale, ma complice è anche il background sociale e la minore possibilità di accedere alle informazioni (l’uso di internet, alfabetizzazione, scolarizzazione). Inoltre il divario sembra dipendere anche dai ruoli di genere imposti (che ricordiamo essere razzisti e classisti), per cui esso “è importante tra casalinghe (il 41% non si informa mai di politica) e occupate (23,8%) e si mantiene costante a tutte le età”. Da questa visione generalizzata ancora molto patriarcale, non possono che esserci numeri particolarmente tristi per l’Italia e il suo modello rappresentativo: sempre da un report ISTAT del 2019, si vede come l’86% di chi ricopre la carica di sindacə nel nostro paese è uomo. Per quanto riguarda il discorso più istituzionale del governo italiano, secondo i dati analizzati da Lab24, dal 1945 al 2020 “su 4.864 presidenti, ministri e sottosegretari che hanno giurato al Colle appena 319 sono state donne. Il 6,56% del totale“. Il governo Draghi è quello con più partecipazione femminile della storia e sembra volerci far vedere come una vittoria il fatto che 8 ministre su 23 siano donne (cinque delle quali sono senza portafoglio e due sono tecniche), ma si può festeggiare per avere un terzo de3 ministr3 che rappresentano il 51,3% della popolazione?

Negli stati dell’Unione Europa abbiamo più o meno numeri simili: le leader femminili dei maggiori partiti politici rappresentano il 18% (nel mondo rappresentano il 19%) e il 30% de3 ministr3 sono donne. Nel Parlamento europeo esse sono il 36% dei membri, con i paesi nordici come Svezia e Finlandia che toccano praticamente quota 50%. Infatti, i numeri sono nettamente migliorati in quei paesi che hanno adottato misure straordinarie (come appunto le nostrane quote rosa) per aumentare la rappresentanza femminile: la Francia, negli ultimi anni, ha aumentato questa percentuale di oltre il 20% rispetto agli altri paesi dell’UE. Seppur nell’Agenda delle istituzioni europee l’uguaglianza di genere nella politica è un tema ormai fondamentale e molto discusso nelle varie sedi, i numeri continuano ancora a essere molto bassi, e nel processo di crescita dei vari Stati molte donne continuano a rimetterci in termini sociali, culturali, legali, di salute (si guardi, per esempio, alla Polonia, dove le donne rappresentano il 29% del loro Parlamento).

Nel 2020, solo il 23,6% del Congresso degli Stati Uniti d’America, il paese (a loro detta) della democrazia e della giustizia, era formato da donne, che rappresentano anche il 25% del Senato e il 23,2% della Camera dei Rappresentanti, di cui all’incirca il 40% sono di colore. Il 26,6% de3 sindac3 american3 sono donne, 27 delle quali rappresentano le città più grandi degli USA e 10 delle quali sono nere. Anche nel nascente governo di Joe Biden e Kamala Harris i numeri si aggirano intorno a queste percentuali, nonostante il divario tra Democratici e Repubblicani sembri essere abbastanza netto (tra le 142 donne che siedono nel Congresso, 105 sono democratiche e 37 repubblicane).

Gli unici quattro paesi nel mondo ad avere più o meno la metà de3 rappresentanti donne sono Ruanda (61%), Cuba e Bolivia (53%), Emirati Arabi (50%). Nel continente africano, la crescita della rappresentanza degli ultimi anni è stata molto importante: per esempio, nella Repubblica di Gibuti, che nel 2000 aveva zero donne nel suo Parlamento, nel 2019 poteva contare sul 30% di donne tra 3 su3 rappresentanti. In Etiopia, dal 2017 al 2019, si è passati dal 10% al 47,6% di rappresentanza femminile. La percentuale più bassa spetta al Marocco, con solo il 5,6% di donne che compongono il suo governo, e quella più alta appunto al Ruanda, nella cui Costituzione, nata nel 2003 dopo il genocidio degli Tutsi, si afferma il dovere di lasciare almeno il 30% dei posti del Parlamento alle donne.

La situazione nell’Asia dell’Est vede la Cina come prima Repubblica con maggiore rappresentanza femminile nel parlamento nazionale (24,9%) contro un bassissimo 10,2% del vicino Giappone (dove solo lo 0,9% de3 sindac3 sono donne) e uno storico 17% della Corea del Sud, che ha toccato la maggior rappresentanza femminile dell’Assemblea nazionale della sua storia nel 2018. Per quanto riguarda l’Asia del Sud, la situazione in Afghanistan è migliorata nettamente negli ultimi anni arrivando al 27% della rappresentanza parlamentare. Il paese con la percentuale più alta risulta essere il Nepal che, dall’ultima elezione del 2008, tocca quota 33% di donne nel Parlamento.

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I dati in tutto il mondo mostrano ovunque un miglioramento delle condizioni di accesso alle posizioni politiche e decisionali per le donne, ma generalmente il numero è ancora molto lontano dalla parità (si parla di altri quarant’anni per iniziare a vederla davvero). Se il discorso dovesse poi comprendere le condizioni in politica di donne nere, disabili e appartenenti alla comunità LGBTQIA+, le percentuali non sfiorerebbero nemmeno l’1%. Pur con la consapevolezza che le minoranze siano appunto un numero più basso rispetto alla maggioranza, i numeri di rappresentatività non porterebbero comunque a un risultato equo: le donne risultano essere più o meno quanto gli uomini ma in media non toccano nemmeno il 20% di rappresentazione parlamentare; e anche i membri della comunità LGBTQIA+ sono in netta crescita in tutto il mondo (non per moda, ma per le maggiori libertà di esprimersi rispetto agli anni passati), senza vedere troppi risultati politici di questa apertura. La lotta per la rappresentanza ovviamente non si deve fermare ai primi risultati né accontentarsi delle quote di genere, ma deve portare avanti una cultura inclusiva che porti tutt3 a vedersi rappresentat3 nel loro Parlamento. Aumentare il numero di donne e di persone appartenenti alle minoranze non significa un aumento di efficienza e di buona politica, ma significa aumentare la democrazia, la rappresentatività del popolo, il suo essere, il suo orientamento, la sua sovranità.

Beatrice

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