La bellezza non è un valore: standard e discriminazioni

Standard di bellezza
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Nella società contemporanea, il grado di aderenza ai canoni estetici è ancora un fattore discriminante sia a livello sistemico che individuale. Le persone che non sono considerate “socialmente attraenti” sono oggetto di pregiudizi nell’ambiente medico, lavorativo e sociale, ma subiscono anche pressioni psicologiche tramite esperienze personali di bullismo, invisibilizzazione, desessualizzazione o ipersessualizzazione, per citare alcuni esempi. Questi fantomatici standard di bellezza ci dicono come apparire, che forma deve avere il nostro corpo, quale deve essere il colore della nostra pelle; giudicano quali nostre caratteristiche siano imperfezioni e quali no, mentre lucrano sulle insicurezze che essi stessi creano. Per quanto dipendano comunque da fattori socio-culturali, anche se lo sguardo occidentale ormai ha molta influenza in quasi tutto il mondo, essi affondano comunque le proprie radici nel patriarcato, nel capitalismo, nella grassofobia, nel razzismo, nell’abilismo e in ogni tipo di discriminazione sistemica presente nella società.

I canoni di bellezza, infatti, riflettono gli stereotipi di genere: il corpo delle donne viene modellato dallo sguardo maschile e considerato valido solamente in base al livello di attrazione che esso genera, o in base a quanto si mostri legato alla fertilità e alla maternità. Per questo motivo, oggi, i corpi femminili ideali sono generalmente magri, minuti, ma con tutte le curve “al punto giusto”. Al contrario, quello maschile deve corrispondere allo stereotipo della virilità, perciò l’uomo deve essere alto e muscoloso, con una figura che ispiri un senso di protezione nei confronti della donna debole. Come si può vedere, questi canoni estetici sono fortemente patriarcali e binari, per cui escludono tutta una fetta di persone queer i cui corpi non possono rientrarvi e ne sono, quindi, danneggiati.

Il capitalismo, poi, ha influito e influisce molto sulla definizione di questi standard, perché le industrie guadagnano soldi sulle insicurezze che provocano. Definendo “difetti” o “imperfezioni” delle normali caratteristiche corporee e facciali (come rughe, peli, cellulite, ecc), le persone – specialmente se donne o female presenting – sono portate a spendere per correggerle e assomigliare sempre più ai modelli propinati dai mass media e dalle pubblicità. Ovviamente, non c’è nulla di male nel prendersi cura del proprio corpo e truccarsi, ma è giusto contribuire a perpetrare un modello escludente, come quello della bellezza, e lucrare sulla mancanza di autostima e di autodeterminazione che esso produce? (Spoiler: no).

Tra le varie industrie del beauty, quella della dieta è anche una delle più dannose perché, proponendo regimi di cibo restrittivi e corpi ideali a cui conformarsi è un dovere, provoca – oltre che discriminazione – anche danni psicologici molto gravi che possono sfociare in disturbi. La grassofobia è una componente fondamentale di ciò che oggi viene considerato “bellezza”: essere grass3 significa essere condannat3 all’esclusione dall’ambiente lavorativo, ai pregiudizi in ambito medico, agli insulti e alla mancanza di degna rappresentazione perché essere bell3 – che è anche essere magr3 – è una prerogativa imprescindibile per essere vist3 e ascoltat3 nella società.

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La grassofobia, inoltre, affonda le sue radici nel razzismo: le persone di colore erano viste come amanti del cibo e mancanti di autocontrollo, perciò la connessione con l’essere grass3 e la conseguente discriminazione fu immediata. Comunque, i pregiudizi razziali hanno anche un altro tipo di influenza sugli standard di bellezza, poiché più la pelle è chiara, più la persona si avvicina all’apice della piramide. L’industria dei cosmetici rafforza questo pregiudizio, per esempio creando molto più make up adatto alla pelle bianca che alla pelle nera, alimentando il senso di inadeguatezza. A causa di questo colorismo, infatti, si sono diffuse delle tecniche di sbiancamento della pelle, specialmente nell’Asia dell’est, che mostrano come l’aderenza agli standard di bellezza eurocentrici si sia sempre più diffusa nel mondo (un altro esempio sono le discriminazioni subite dalle donne nere per i propri capelli).

Il fatto che gli standard di bellezza siano profondamente abilisti esclude a prescindere le persone con disabilità, che si allontanano da questa presunta “perfezione” che permette di vivere una vita dignitosa. Esse vengono completamente tagliate fuori da questa narrazione tossica, e questo ha un impatto molto forte sulle loro vite, tanto che spesso vengono desessualizzate e discriminate perché non corrispondono agli ideali che la società pone come attraenti.

Anche l’ageismo influenza notevolmente ciò che può o non può essere giudicato apprezzabile in una persona, e che perciò determina il suo status sociale: le rughe, per esempio, sono una delle caratteristiche che si viene più invitat3 a nascondere dall’industria cosmetica. In generale, le donne o persone female presenting, sono considerate belle quanto più la loro figura sembra infantile: un corpo minuto, privo di peli, capelli lunghi e mai grigi che non mostrano i segni del tempo.

Per tutti questi motivi, è impossibile non riconoscere che la bellezza, in quanto valore, deve essere smantellata: non si possono considerare degne le persone quanto più corrispondono a degli ideali che si portano dietro secoli di discriminazione. Per quanto oggi siano stati fatti dei passi avanti in questo senso, essi sono stati volti ad allargare questi standard che, invece, andrebbero abbattuti: non si parla, infatti, di gusti personali (anche se è doveroso chiedersi: quanto essi sono influenzati da questi continui bombardamenti?), ma di dare dignità a tutt3, togliendo ogni tipo di riferimento, specialmente se oppressivo.

Giulia

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