Il diritto di arrabbiarsi

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La rabbia è una tra le tante emozioni che l’essere umano può provare: è la reazione che abbiamo quando ci si presenta di fronte un’ingiustizia, una minaccia, quando ci sentiamo frustrat3 o delus3, o anche quando rimaniamo impotenti davanti a qualcosa più grande di noi. Compare, infatti, quando c’è qualcosa che non va, quando i nostri bisogni non vengono soddisfatti come dovrebbero, e ascoltarla è importante per capire dove si trova il problema. Oggi, però, la rabbia – più che una reazione naturale – sembra essere un privilegio che pochi hanno la libertà di esercitare, e che sicuramente non appartiene alle minoranze.

Le donne, per esempio, vengono educate fin da bambine a ignorare la propria rabbia, perché considerata un’emozione maschile:

È evidente che tuttora nella società facciamo crescere 3 bambin3 in modi binari e opposti. I ragazzi si attengono a ridicole e rigorose norme di virilità, viene loro inculcata la rinuncia a emozioni femminili di tristezza e paura a favore di aggressività e rabbia come segni di reale virilità. Invece, le ragazze imparano a essere deferenti, e la rabbia è incompatibile con la deferenza. Così, oltre a imparare a incrociare le gambe e a domare i capelli, impariamo a morderci la lingua e a ingoiare l’orgoglio.

Soraya Chemaly, The power of women’s anger

Una donna che non impara a essere sempre accomodante, che combatte per i propri diritti e che – a volte – lo fa anche in maniera aggressiva, viene subito tacciata di essere in balìa delle proprie emozioni, o addirittura dei propri ormoni. “Isterica” è l’aggettivo che viene più utilizzato in questi casi e che è stato usato per secoli per ostacolare e patologizzare la rabbia femminile: ancora oggi la donna è vista come troppo emotiva, fragile, infelice perché non fa abbastanza sesso possibilmente con un uomo e possibilmente suo partner fisso, troppo sensibile, che non può essere presa sul serio. E quindi, oltre alla negazione di molti dei propri diritti, essa si vede tolta la possibilità di rivendicarli arrabbiandosi, perché la sua voce deve essere sempre pacata, gentile e non deve mai chiedere troppo.

Le donne nere, poi, hanno anche un altro tipo di esperienza perché soggette allo stereotipo dell’Angry Black Woman che le vede come costantemente aggressive, instabili e ostili. Per esempio, è famoso l’episodio del 2018 in cui Serena Williams venne penalizzata alla finale dell’US Open. La tennista, tentando di difendersi dall’accusa di aver barato, si fece prendere dalla frustrazione e alzò i toni con l’arbitro: in seguito, molte testate descrissero il tutto come un capriccio per la mancata vittoria, travisando completamente il tentativo di Williams di difendere la sua integrità. Molte donne nere rividero in questo fatto la propria esperienza: per loro, reprimere la rabbia è ancora di più fondamentale importanza per essere prese sul serio, e questo le porta a sperimentare una marginalizzazione ancora più acuta che le pone nella posizione di non poter ascoltare sé stesse e le proprie sensazioni. Costrette a vivere la discriminazione sia da donne che da persone nere, corrono inoltre il rischio che le loro lotte vengano invisibilizzate e rimangano non considerate ancora più di quelle delle loro controparti.

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Infatti, l’espressione della rabbia non è facile anche mettendo da parte la discriminazione di genere: le persone bianche, in generale, spesso condannano la rabbia delle persone nere e di colore e il modo in cui esse decidono di rivendicare i propri diritti. Basti pensare alle proteste dello scorso anno negli USA contro la violenza della polizia: i pochi atti vandalici – rispetto al numero molto più grande di proteste pacifiche – hanno avuto più risonanza delle ingiustizie che si cercava di combattere. Molte persone bianche si sono sentite legittimate a giudicare la rabbia di chi stava protestando, invece di soffermarsi sulle ragioni della protesta stessa, rifiutando di tenere una posizione di ascolto e arrogandosi il diritto di definire giusto o sbagliato qualcosa che non apparteneva loro.

Questo esempio di dinamica è – purtroppo – molto frequente: troppo spesso le persone che appartengono a gruppi oppressi vedono la propria rabbia minimizzata, condannata o cancellata da chi non fa esperienza di quelle stesse oppressioni. È facilissimo per unə attivista queer sentirsi dire che “ci sono cose più importanti a cui pensare” del riconoscimento per cui sta lottando, per una persona grassa che è lei a dover adattarsi alla società e non il contrario, per una persona con problemi di salute mentale che sta esagerando o che “è tutto nella sua testa”. La rabbia rimane completamente legittima, insomma, solamente per gli uomini in posizione di privilegio, poiché profondamente legata al concetto di mascolinità e vista come simbolo di virilità.

In una società che mira a essere paritaria per tutt3 arrabbiarsi non deve solamente essere un evento slegato da ogni stereotipo dannoso, ma anche un diritto inalienabile: far valere le proprie ragioni di fronte a un’ingiustizia significa, in primis, avere la possibilità di ascoltare sé stess3 e proteggersi, e poi avere di fronte qualcunə dispostə – a sua volta – ad ascoltare e ad accogliere. La rabbia è spesso simbolo di cambiamento e rivoluzione: iniziamo a darle retta.

Giulia

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