Le fallacie del capitalismo

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Al di là di tutte le religioni che esistono nel mondo, una cosa oggi sembra accomunare tutti i popoli: la venerazione del denaro, il desiderio del suo possesso e la necessità di ostentarlo. Per arrivare ad averne sempre di più, ogni giorno si assistono ad episodi di violenze, di eredità, di distruzione, di sopraffazione, che contribuiscono ad alimentare un sistema economico-sociale in cui le decisioni sono prettamente economiche e ricadono in larga misura su quelle sociali, culturali e anche artistiche. Non importa cosa si dice, quante persone lo dicono e quanto sono necessari i bisogni delle persone, ciò che conta più di ogni cosa è quello che possiedi, quanto denaro hai e com’è possibile continuare ad averne sempre di più. Se negli ultimi anni la ricchezza mondiale è sempre più aumentata e si è allargato il bacino delle persone che rientrano nelle posizioni più alte dei privilegi economici, l’ineguaglianza non ha accennato affatto a diminuire. Nel 1963, secondo i dati dell’Urban Institut, le famiglie più ricche avevano sei volte la ricchezza di quelle medie, mentre nel 2016 sono arrivati ad averne ben dodici volte di più: inoltre, il reddito delle prime, in cinquant’anni, è aumentato quasi del 90% mentre le seconde non sono arrivate nemmeno al 10%. I dati di inequality.org confermano questa tendenza secondo cui l’1% più ricco possiede il 44% della ricchezza mondiale, e se si somma il patrimonio dei 10 uomini più ricchi del mondo si supera quello di dieci paesi del mondo, tra cui Svizzera, Arabia Saudita e Svezia. E mentre si insegna che si è artefici del proprio destino, che con impegno e dedizione si può arrivare ovunque nel mondo, la realtà dei fatti è che il capitalismo è una dittatura altamente oligarchica, in cui il potere è stato dato a una dinastia di uomini che hanno ereditato i propri mezzi di sostentamento per lo più tramite sfruttamento, corruzione e oppressione.

Secondo Adam Smith il mercato da solo, senza essere governato dallo Stato, avrebbe prodotto la ricchezza per tutt3, perché se ognunə avesse perseguito il proprio interesse, allora l’intera società avrebbe beneficiato di questa libertà concessa all’individuo di crearsi da solo. Il liberismo, su cui si basa l’intero sistema economico capitalista, è oggi ancora visto come l’unico metodo possibile che può convivere con la modernità attuale: la “mano invisibile” che lo rende efficiente, però, sembra essere molto più reale di quello che si teorizzava. Liberismi e neoliberismi (cioè corrente che auspica un limitato intervento statale per favorire una migliore concorrenza nel mercato) inoltre, come dimostrano i dati e le condizioni sociali ed economiche della maggior parte della popolazione mondiale, non hanno portato alcun benessere se non a coloro che già lo possedevano: inutile propinare la storia secondo cui il business che prospera nasce da un’idea vincente, perché non è affatto così.

All’inizio degli anni ’60, il filosofo Pierre Bourdieau parlava di capitale economico (disponibilità prettamente finanziaria dell’individuo) a cui doveva affiancarsi la nozione di capitale sociale (le relazioni interpersonali dedite all’accrescimento del reddito, cioè quello che oggi può essere chiamato networking), di capitale culturale (diviso tra incorporato, istituzionalizzato e oggettivizzato) e di capitale simbolico (cioè il valore associato alla proprietà dei primi tre capitali, che divide la società tra dominati e dominanti). La domanda da porsi è: se qualcunə dovesse nascere in una famiglia con un’entrata che basta solo al sostentamento (a volte anche meno), che non permette ləi di studiare sufficientemente o di avere un’istruzione adeguata, che non fa in modo che ləi conosca altre persone che potrebbero portarəi benefici anche in termini economici, che non può viaggiare, avere tempo libero (e “una stanza tutta per sé” in cui riflettere e farsi venire l’idea del secolo che əl permetta di essere miliardariə), sarebbe giusto farəi credere che è colpa sua? Che la sua condizione è dovuta alla sua pigrizia? Al fatto che non ha fatto abbastanza o che è poco intelligente o che è inferiore allo Steve Jobs di turno solo perché semplicemente non ha avuto la possibilità economica, culturale e sociale che ha avuto ləi?

E oltre a tutti i fattori economici, sociali e culturali che coesistono nel decidere il destino di una persona media, rilevante è poi la questione di genere, sessuale, razziale. Negli USA, secondo gli ultimi dati del 2020, una famiglia media nera possiede il 2% della ricchezza di una famiglia media bianca, mentre 3 latin3 ne possiedono il 4%. In Europa, studi dimostrano come la situazione lavorativa per l3 stranier3 sia molto più difficile di quella de3 cittadin3 europe3: sono molto più portat3 a subire atteggiamenti scorretti, e ad avere come lavoro principale uno che l3 occupi meno di 20 ore settimanali. Gli svantaggi aumentano ancora di più per le donne migranti, di prima o seconda generazione: trovano molto meno lavoro delle donne europee (che già comunque hanno una percentuale più bassa degli uomini, dovuta soprattutto al genere e al fatto che essere anche madri sia un impedimento molto importante) con una percentuale di disoccupazione che si aggira intorno al 14%, rispetto all’11% degli uomini migranti e all’8,4% delle donne europee. Studi e dati dimostrano come esse, inoltre, siano molto più portate a discriminazione, segregazione occupazionale e a una concentrazione verso lo stesso tipo di lavoro (oltre il 65% lavora nei servizi domestici, pulizia, etc. pur essendo qualificate per altri lavori). La situazione per le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ è anch’essa discriminatoria in Europa, con una persona su cinque che viene penalizzata per il suo orientamento sessuale o di genere: in Italia inoltre, secondo i dati OCSE, la discriminazione verso le persone transgender è più facilmente tollerata, e una persona percepita come appartenente alla comunità LGBTQIA+ è molto meno propensa a ottenere un colloquio di lavoro. Per le persone con disabilità i dati variano considerevolmente stato per stato, passando, per esempio, dal 45,2% delle persone disabili occupate della Turchia al 92, 9% in Lussemburgo: in generale, nel continente europeo, esse sono più propense ad avere un lavoro part-time (perché “non hanno trovato un lavoro full-time”), preferibilmente da casa, e guadagnano molto meno dell3 loro collegh3 senza disabilità.

I dati sopracitati dimostrano dunque le fallacie dei discorsi dei capitalisti sul fatto che siamo tutt3 artefici del nostro destino, che è giusto che le azioni di Jeff Bezos, durante una pandemia globale, siano aumentate dell’80%, portandolo a un patrimonio netto di oltre 200 miliardi di dollari, perché lui ha avuto l’idea geniale di Amazon, perché lui merita di possedere quello che risulta essere un quinto del PIL di un paese in via di sviluppo come la Corea del Sud, ad esempio. Tutto questo mentre i suoi lavoratori vengono quotidianamente incentivati alla competizione tramite algoritmi disumani e imbarazzanti, che fanno sì che molti di loro non riescano nemmeno ad avere una pausa pranzo, o anche solo andare in bagno in tranquillità.
La ricchezza dei potenti non viene dalla loro capacità di innovarsi e innovare ma dalla loro eredità economica, sociale e culturale, e soprattutto dalla produzione dei loro lavoratori: i 200 miliardi di dollari di Bezos, senza i lavoratori Amazon, non esisterebbero.
Distruggere il capitalismo significherebbe distruggere un sistema che si basa sullo sfruttamento dei lavoratori e la discriminazione razziale, sessuale, di genere, sanista e classista che porta oggi miliardi di persone a sottostare e ad accettare condizioni inumane di lavoro, facendo loro credere di meritare la loro situazione, e non dichiarando mai che il dire no a certe cose è un privilegio, non una scelta.

Beatrice

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