La prigione delle minoranze: oppressione e discriminazione

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L’articolo 1 della Legge sul trattamento penitenziario, aggiornata il 9 gennaio 2019, recita:

1. Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Esso è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a sesso, identità di genere, orientamento sessuale, razza, nazionalità, condizioni economiche e sociali, opinioni politiche e credenze religiose, e si conforma a modelli che favoriscono l’autonomia, la responsabilità, la socializzazione e l’integrazione.

2. Il trattamento tende, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale ed è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni degli interessati.

3. Ad ogni persona privata della libertà sono garantiti i diritti fondamentali; è vietata ogni violenza fisica e morale in suo danno.

Quello a cui si assiste nella società (e spesso anche nella politica), è però tutt’altro: si invoca la tortura, la vendetta, la legge del taglione per punire coləi che ha sbagliato, senza sconti o benefici, andando contro tutto quello che in questi secoli si è raggiunto attraverso la razionalità e il rispetto della dignità umana. Cesare Beccaria si chiedeva: “Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello della sovranità e delle leggi… esse sono la somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno. Chi mai potrebbe lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?”. L’istituzione della prigione, nata insieme alla società civile, non si è quasi mai trovata a essere il luogo adatto agli scopi rieducativi per cui negli ultimi secoli è stata considerata: essa viene vista come il punto di arrivo del criminale, il luogo punitivo in cui deve essere rinchiusə chi viene giudicatə degnə della privazione di ogni libertà, che deve essere punitə in modo proporzionale al dolore causato, quando in realtà l’obiettivo dovrebbe essere quello di dare a tutt3 la possibilità non di essere perdonat3, ma di imparare ad autogestirsi nella legalità e nel rispetto di norme e persone. Basti pensare all’intervista del direttore del carcere di Halden, in Norvegia, che parlò quando molt3 rimasero scandalizzat3 dalle condizioni di vita del terrorista Breivik che uccise 77 persone nel 2011: “[…] qui non esiste l’ergastolo, il massimo della pena è 21 anni, dunque ognuno potrebbe diventare il mio vicino di casa. E io non voglio un vicino rabbioso, che ha passato anni rinchiuso nell’ozio”. Infatti, guardando i dati statistici, si può notare come il sistema carcerario nostrano non sia esattamente quello più efficiente: in Norvegia solo il 20% dei detenuti compie nuovamente un’azione illegale, contro il 60% degli americani e il 68% degli italiani.

Analizzando la situazione carceraria femminile, che corrisponde all’incirca al 4-5% del totale, le condizioni non cambiano molto: c’è certamente meno violenza rispetto ai carceri maschili, la cui principale differenza verte soprattutto sul sistema di sicurezza (le prigioni femminili più “dure” corrispondono, infatti, ai carceri di media sicurezza maschili), ma i diritti umani vengono calpestati anche qui. La prigione è un sistema creato soprattutto da uomini e per uomini (visto che corrispondono al 95% della popolazione carceraria), e il fatto che le donne siano una minoranza porta a mancanze strutturali e sociali molto invalidanti. Secondo il CPT (Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti) del Consiglio d’Europa, infatti:

“è importante considerare numerosi fattori quando si tratta di donne detenute, in particolare la forma fisica, sessuale e psicologica di violenza, inclusa la violenza domestica, di cui potrebbero aver sofferto prima dell’imprigionamento, un elevato bisogno di cure mentali, un alto livello di dipendenza da droghe o alcol, assistenza sanitaria specifica (ad esempio, di tipo riproduttivo), assistenza per loro figl3 e/o famiglie, e l’alta probabilità di vittimizzazione post-rilascio e abbandono da parte delle loro famiglie”.

Essendo diventata poi la prigione una società a sé stante, anche qui il patriarcato non ha dovuto faticare molto per primeggiare: spesso alle detenute vengono assegnate le attività appropriate a loro in quanto donne e vengono anche escluse dalla formazione generale e professionalizzante dedicata agli uomini. Inoltre, vengono messi in discussione l’accesso continuo ai bagni, le cure preventive (screening per tumori al seno, utero, etc), la fornitura di pillole contraccettive e abortive, le cure adeguate per la salute mentale, tutti principi alla base dei diritti civili delle donne che non dovrebbero mai essere calpestati, anche se si tratta di persone che hanno fatto del male.

Foto di Gordon Johnson da Pixabay

Tra i trattamenti più disumanizzanti del sistema carcerario c’è la discriminazione istituzionalizzata verso le persone transgender: secondo la legge comune, altamente binaria, esse vengono per lo più assegnate alle prigioni secondo il loro sesso biologico alla nascita, portando a violenze fisiche, verbali e psicologiche di grande rilevanza ovunque nel mondo, che alcune volte vengono risolte attraverso il confinamento e l’isolamento delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ (si pensi alla modifica nel 2018 da parte di Trump della legge di Obama che aveva fatto un passo avanti verso questo diritto umano), togliendo loro anche il diritto di partecipare alla vita comunitaria della prigione. Altra fondamentale questione è quella che riguarda le persone con disabilità: nelle prigioni la percentuale di detenut3 in questa condizione (sia fisica che mentale) è molto più alta di quello che generalmente si pensa. Ciò che deve derivare dallo studio di questi dati è sicuramente una maggiore attenzione ai problemi e alle relative soluzioni da apporre: una maggiore inclusività degli spazi, controlli più serrati, cure più specifiche e adeguate e trattamenti adatti a tutt3 sia da parte del personale che dell3 altr3 detenut3. Trattamenti molto discutibili – come l’isolamento – non aiutano di certo le persone, men che meno quelle affette da disturbi/problemi/malattie mentali, che vengono molto più manipolate dal resto della popolazione carceraria (e spesso anche dalle guardie).

In generale, se oggi dovessimo considerare le parole di Dostoevskij, secondo cui “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”, possiamo constatare di essere tremendamente lontan3 dal senso di giustizia e verità di cui ci crediamo essere portavoce. Se l’istituzione del carcere mostra sempre più il suo fallimento come luogo di educazione è anche perché viene sempre più visto nell’immaginario comune come luogo dedito a violenza (considerata necessaria contro individui non più visti come tali) e punizione, che ovviamente portano a tassi di recidività altissimi. Ma se oggi ci trovassimo ad avere come vicinə di casa unə detenutə che per anni ha vissuto in un qualsiasi carcere nel mondo, come ci sentiremmo? E, soprattutto, come si sentirebbe ləi?

Beatrice

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