Parlare di salute mentale è importante: ma come?

Le malattie mentali sono spesso soggette alla disinformazione e ai pregiudizi: si miscalcola il loro grado di pericolosità, si sottovalutano, si invalidano, nei casi più gravi si arriva addirittura a non considerarle vere e proprie malattie, categorizzandole come capricci o invenzioni. Vengono accantonate e messe da parte, come se non fosse importante parlarne, come se non meritassero la dignità e il rispetto che dovrebbero avere. Certo, sono disagi complicati da comprendere, affrontare e accettare: non c’è ancora una scienza completamente esatta e profetica a tal riguardo, ed è anche per questo che c’è una misconcezione dilagante che porta alla creazione di un vero e proprio stigma sociale verso chi ha questo tipo di problemi e soffre giorno dopo giorno. La persona in questione può arrivare ad avere paura di lasciarsi aiutare solamente per non essere considerata “diversa”, può far finta di nulla finché il problema non diventa così grande da non potersi più risolvere, può anche arrivare a non riconoscere la sua malattia, sminuendola e riducendola alla dimensione del sentirsi sbagliata come essere umano. Ci sono tanti fattori che contribuiscono a formare questa patina che divide il malessere in sé da come viene visto, e ci sono anche molti modi per poter riuscire pian piano a scalfirlo e poi a trapassarlo. In particolare, molto importante è il linguaggio e come esso viene usato in ogni situazione del genere.

Molti nomi usati per le diagnosi di malattie, infatti, sono paradossalmente sempre più entrati nel nostro vocabolario quotidiano, quasi normalizzando l’esperienza di questi disagi mentali a scapito delle persone che sono davvero costrette a sperimentarli. Un esempio su tutti è l’“ansia” (ansia sociale, ansia generalizzata, attacchi d’ansia) che si è ormai sostituita al più comune e leggero nervosismo, andando a debilitare e indebolire la concezione di chi la vive come un problema davvero invalidante, e facendo correre il rischio di non essere presi sul serio quando si ha il coraggio di parlarne. Molto comune è anche il caso del dirsi “depress3” quando si è tristi o giù di morale, andando completamente a fraintendere il concetto di depressione, mostrandola come uno stato d’animo più che una malattia che può e deve essere curata. Inoltre, si parla molto spesso di “trauma” o di essere “traumatizzat3” di fronte a degli inconvenienti, degli eventi inaspettati o delle scoperte un po’ scioccanti, quando invece i traumi sono eventi che hanno fortissime ripercussioni psicologiche e che la mente non dimentica pochi minuti dopo.

Si può continuare con svariate terminologie: per esempio c’è chi dà del “bipolare” a qualcuno che ha avuto un momentaneo sbalzo di umore, riducendo uno dei disturbi mentali più invalidanti per la persona a un mero e innocuo sintomo, o chi dà del “borderline” a chi fa qualcosa di assurdo o sopra le righe, etichettando un intero disturbo di personalità, con tutte le sue innumerevoli e difficili sfaccettature, come “esagerato“. Oppure, ancora, si parla di “OCD” quando si vede una persona particolarmente organizzata e ordinata, non considerando che chi soffre della sindrome ossessivo-compulsiva vive costantemente una lotta per provare a reprimere le sue compulsioni che compromettono il normale funzionamento nella vita quotidiana. Ultimamente, poi, va molto di moda dare del “narcisista” a una persona che attua comportamenti manipolativi, che ferisce, che compie abusi: questa associazione è pericolosa, perché il disturbo narcisistico della personalità viene automaticamente visto come una vergogna, qualcosa da nascondere perché da condannare, quando invece molte di quelle azioni possono essere commesse da chiunque, a prescindere dal proprio stato mentale.

Una menzione la meritano anche i disturbi alimentari, come quando viene chiamata “anoressica” una persona particolarmente magra. In questo caso, la malattia viene tralasciata completamente, e viene associata al puro e semplice aspetto fisico, sottintendendo che l’anoressia corrisponda alla forma dell’ arbitrariamente eccessiva magrezza (perché chi siamo noi per sapere a prima vista se una persona sia in salute o meno?), cosa che può danneggiare moltissimo chi ne soffre e le nozioni che vengono divulgate al riguardo. Si dà della “bulimica” anche a una persona che, secondo il proprio parere, mangia molto, riducendo un disturbo a un comportamento alimentare giudicato eccessivo in maniera completamente soggettiva (perché, ancora, chi siamo noi per sapere quanto tutt3 hanno bisogno di mangiare e per stabilire degli standard universali?).

Persone vettore creata da stories – it.freepik.com

In maniera più generale, troviamo anche l’uso di espressioni come “ti devi far vedere da unə bravə”, “sei da manicomio”, “a quellə serve un TSO” come insulti per chi sembra avere un pensiero o un comportamento che devi dalla norma sociale. Nel primo caso, si può osservare come l’andare da unə psicologə, psicoterapeuta o psichiatra – cosa che possono benissimo fare tutte le persone che sperimentano una particolare situazione di stress mentale o che vogliono semplicemente capire delle cose su sé stess3 – sia ancora ampiamente stigmatizzato: sono sempre “pazz3”, “folli”, “schizzat3” quell3 che hanno bisogno di farsi visitare, quell3 che, per i loro problemi, devono solo essere patologizzat3 invece che viste come persone con un problema. Quando si parla di manicomio e TSO, invece, c’è un forte rimando alla segregazione, al nascondere dalla vista quello che non va bene, cosa che le persone con disturbi mentali hanno vissuto per secoli negli ospedali psichiatrici e che vivono ancora, sebbene dei passi avanti ci siano stati. Il punto in comune, qui, è la deumanizzazione di chi soffre di disturbi mentali. Il termine stesso “malatə mentale”, infatti, è usato in modo dispregiativo nel linguaggio quotidiano. Se si dice qualcosa con cui altre persone non sono per niente d’accordo, è facile sentirselo dire, anche solo per ridere. Questo tipo di malattie, infatti, oltre allo stigma subisce anche una ridicolizzazione: la persona affetta da disturbi psichici viene derisa, vista come non normale, rappresentata come un mero stratagemma comico, e la sua sofferenza viene così ridotta a una controfigura che ha il solo scopo di provocare risate.

Questi sono solo alcuni esempi dei modi in cui il linguaggio possa essere responsabile dell’influenza su come vengano viste le malattie mentali nella società e, conseguentemente, come venga vistə chi vive questo tipo di sofferenza. Le parole contribuiscono molto alla formazione di stereotipi che rendono sempre più complicato il prendersi e l’essere presi sul serio, il sentirsi accettat3 e non fuori dal comune per i problemi che si devono affrontare. Per combattere lo stigma attaccato alle malattie mentali la cosa più importante è, certamente, parlarne, ma ciò non toglie che bisogna farlo nel modo giusto, validando questo tipo di esperienze e non sminuendole in questo modo. Le parole sono importanti.

Giulia

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