Rispettate il nostro sangue: il tabù delle mestruazioni

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Per secoli il sangue mestruale è stato oggetto di stigma: nell’antichità lo si associava a spiriti maligni e sciagure, in alcune culture lo si connetteva alla magia nera e all’impurità, in tempi più recenti lo si è associato (e lo si associa ancora) alla donna nervosa, arrabbiata, che cambia umore troppo velocemente. Molti possono essere gli esempi, ma c’è un fattore che li accomuna tutti: il fatto che, a causa di questa stigmatizzazione che lo ha reso un tabù, il ciclo mestruale è diventato motivo di vergogna per chi ce l’ha, un argomento di cui non si può parlare e che va nascosto, come ci insegnano fin da piccol3 a fare con l’assorbente quando andiamo in bagno a cambiarcelo. Le mestruazioni, insomma, sono state e sono ancora usate come strumento per invalidare il corpo – non vedendolo come semplice fenomeno fisiologico ma portando la persona a provarne imbarazzo – e le emozioni femminili, ma anche per romanticizzare la fertilità delle donne al punto da vedere come carenti quelle che per qualsiasi motivo non le hanno e, viceversa, a vedere come donne tutt3 quell3 che le hanno, anche se non lo sono.

Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria menstrual revolution per abbattere questi tabù e tutte le false credenze che riguardano l’argomento. Nella cultura pop, sono stati moltissimi gli esempi di attivismo in questo senso: il lancio del colore Red Period presentato da Pantone, l’azienda più influente nella classificazione dei colori; la foto della poetessa indiana Rupi Kaur, che la ritraeva sdraiata sul letto con il pigiama sporco di sangue mestruale, rimossa da Instagram per le numerose segnalazioni e diventata simbolo di quanto sia ingiusto censurare qualcosa di naturale che riguarda l’essere umano; la campagna pubblicitaria di Nuvenia che, al posto del finto liquido blu, ha usato del vero sangue rosso scuro (e che, tra l’altro, ha generato un quantitativo spropositato di critiche da parte di chi lo ha considerato addirittura uno scandalo). Questi sono tutti stati segnali di una volontà collettiva che si è rispecchiata anche in campo artistico, come nella serie Menstrala di Vanessa Tiegs, e letterario, come in Questo è il mio sangue di Elise Thiébaut. In tutti questi esempi il filo conduttore è sempre e solo uno: perché dovremmo vergognarci di un fenomeno naturale? Perché la parola mestruazioni non si può nemmeno pronunciare, dovendo ricorrere a nomi e frasi alternative come ho le mie cose? Come sarebbe la situazione se fossero invece gli uomini cisgender ad avere il ciclo?

Nonostante tutti questi cambiamenti possano essere fonte di una nuova consapevolezza intima e personale rispetto al proprio corpo e di una rivoluzione nel modo di pensare alle mestruazioni, forse proprio quest’ultima domanda è la più importante, perché ci ricorda che – per quanto il problema riguardi le esperienze individuali – la stigmatizzazione è anche e soprattutto sistemica e causa problemi di salute e accessibilità. Lo ricorda molto bene Gloria Steinem nel suo saggio del 1978 If Men Could Menstruate, immaginando appunto come sarebbe il ciclo mestruale nell’immaginario collettivo e quale sarebbe la disponibilità dei prodotti sanitari e la conoscenza medica al riguardo se, appunto, fossero gli uomini cisgender ad averlo:

Quindi cosa succederebbe se all’improvviso, magicamente, gli uomini potessero avere il ciclo e le donne no? Chiaramente, le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi. […] Per prevenire la perdita di lavoro mensile, il Congresso finanzierebbe un Istituto Nazionale per la Dismenorrea. I medici farebbero poca ricerca sugli infarti, da cui gli uomini sarebbero più protetti a causa dei loro ormoni, e molta sui crampi. I prodotti sanitari verrebbero forniti gratuitamente dal governo.

Gloria Steinem, If Men Could Menstruate

Oltre al parlarne apertamente, all’abbattere la vergogna e la stigmatizzazione intorno all’argomento, i maggiori cambiamenti avverrebbero a livello politico, quindi. Infatti, ancora oggi, sono moltissime le persone che non possono permettersi un’igiene adeguata durante il periodo delle mestruazioni, che non hanno accesso a luoghi con le strutture adatte, o a cui non è garantita una degna assistenza sanitaria, tanto che si parla di period poverty. Ovviamente, le conseguenze si estendono anche ad altri campi, come per esempio quello dell’istruzione, dato che molt3 ragazzin3 sono costrett3 a rimanere a casa nei giorni del ciclo perché non possono avere accesso a prodotti e luoghi idonei per l’igiene personale. Il problema, perciò, diventa anche sistemico, specialmente nel momento in cui, in moltissimi paesi, gli assorbenti e i prodotti per il ciclo vengono ancora considerati beni di lusso, rendendo il loro prezzo ancora meno accessibile ed evidenziando come la disparità di genere sia ancora ben presente e porti a ignorare un fenomeno fisico che riguarda metà della popolazione mondiale. Il caso più eclatante e vicino a noi è quello dell’Italia: qui, la tampon tax – per cui l’iva su assorbenti, tamponi e coppette mestruali è ancora ferma al 22% – fa sì che questi prodotti sanitari non vengano considerati come beni di prima necessità, sottolineando quanto il corpo femminile venga ancora sminuito, invalidato e considerato tralasciabile. Molte sono state le proteste e le petizioni al riguardo, ma la situazione, in Italia, è rimasta la stessa, e si è smossa solamente in pochi paesi del mondo (come per esempio in Scozia, in cui da poco gli assorbenti sono diventati completamente gratuiti). Infatti, la logica dipende molto da chi ha in mano il potere:

Insomma, scopriremmo, come dovremmo già sapere, che la logica dipende dall’occhio di chi la comanda. (Per esempio, ecco un’idea per logici e teorici: dato che le donne dovrebbero essere meno razionali e più emotive all’inizio del ciclo mestruale, quando gli ormoni femminili sono al livello più basso, allora perché non è logico dire che, in quei giorni, le donne si comportano come gli uomini si comportano tutto il resto del mese? […]). La verità è che, se gli uomini avessero il ciclo, le giustificazioni per renderlo uno strumento di potere andrebbero avanti all’infinito. Se glielo lasciamo fare.

Gloria Steinem, If Men Could Menstruate
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Rispettare il nostro sangue, perciò, non significa rendere il ciclo un momento di empowerment, di introspezione psicologica o di intimità con il proprio corpo – anche se nell’esperienza personale ognunə può viverlo come meglio crede e come si sente più a suo agio – perché stigmatizzazione e romanticizzazione sono due facce della stessa medaglia. Rispettare il nostro sangue significa riconoscere il ciclo mestruale come fenomeno fisico, spogliandolo di tutte le connessioni legate al diventare o essere donna, perché non avere il ciclo non rende meno donne e, viceversa, se lo si ha non si è donne per forza. Significa dare dignità al corpo approfondendone la conoscenza, per far sì che nessunə rimanga indietro a causa dei fenomeni connessi alle mestruazioni. Significa fornire a tutt3 facile e libero accesso a luoghi e prodotti idonei per la propria igiene personale e adeguata assistenza medica. Significa, insomma, non rendere qualcosa di naturale e fisiologico oggetto di stigma, causa di disparità sociale e/o motivo di esclusione dalla società.

Giulia

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