Una vita ai margini: la donna come oggetto sessuale

“L’ideale della bellezza femminile è variabile; ma certi requisiti restano costanti; tra gli altri, poiché la donna è destinata a essere posseduta, è necessario che il suo corpo offra le qualità inermi e passive di un oggetto”, scriveva Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso. Una riflessione che può sembrare forte e a tratti esagerata, ma che in realtà non nasconde altro che la verità: per la società, quale sarebbe il valore della donna se non avesse un corpo? Quanto varrebbe senza l’accettazione principalmente maschile?


Fin dai primi secoli della storia umana, la donna è sempre stata categorizzata a seconda di quanto fosse potenzialmente attraente, e quindi ridotta a mero oggetto ornamentale. A sostegno di ciò si hanno numerosi esempi, come le statue di terracotta del Paleolitico raffiguranti donne formose simboli di fertilità, i corpi dell’arte classica che hanno dato il via alla concezione di estetica femminile come proporzione, misura e grazia, fino ad arrivare ai palesi esempi di sessualizzazione nell’arte moderna e contemporanea. Il mondo della cultura artistico-letteraria straripa di donne nude in qualsiasi attività quotidiana e sempre bianche, magre e con i capelli lunghi (forte simbolo della loro sensualità), donne confuse che vengono sempre costruite negli stessi modi, mai come personaggi pieni, degni di un viaggio che le porti a essere eroine di sé stesse. Per tutta la storia dell’umanità, dunque, la donna è sempre esistita al margine, tolta dei vestiti, delle inibizioni, della parola, della pienezza.

Oggi con la sempre più facile e veloce comunicazione di prodotti e idee, veniamo costantemente bombardat3 da questa cultura che alimenta la concezione della donna come oggetto-corpo, dalla quale vengono poi escluse tutte coloro che non rientrano nelle proporzioni date. Infatti, per esempio, le donne grasse e disabili non vengono quasi mai associate alla femminilità così come la conosciamo: l’unica strada per essere donne e femmine sembra essere percorsa solo da bianche, magre, abili e curate, sempre secondo le leggi dettate dalle industrie della dieta e della cosmetica. Tutto si riduce all’apparenza e a un’estetica legata all’attrattiva sessuale. Secondo la teoria dell’oggettificazione di Barbara L. Friedrikson e Tomi-Ann Roberts, “ragazze e donne sono tipicamente acculturate a internalizzare la prospettiva dell’osservatore come visione primaria per la loro fisicità. Questa visione di sé può condurre a un monitoraggio abituale del corpo che, a sua volta, può aumentare le occasioni di vergogna e ansia per una donna, riducendo quelle di picchi motivazionali, e diminuendo la consapevolezza di stati interni corporei”. Il problema, dunque, non è solo che le donne vengono rappresentate come oggetti inermi, silenti, violabili, parziali, pura merce da osservare, ma che tutto ciò le spezzi ancora di più, creando un costante senso di inadeguatezza e imperfezione che le allontana dalla realizzazione piena e felice.

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Fin da giovani, infatti, le bambine vengono educate a essere come dovrebbero essere: si dice loro che lo si fa per paura che poi non verranno accettate (alimentando il rifiuto verso sé stesse, la frustrazione costante di non essere giuste), ma alcune volte quest’educazione è meno subdola e più diretta. Le bambine giocano con bambole vestite e rappresentate nel modo più “femminile” possibile e crescono con l’idea che essere sexy sia assomigliare sempre di più a com’erano a 6 o 7 anni, con la pelle liscia, delicata, senza alcun segno di vecchiaia e peluria. I media iniziano a commentare i corpi femminili già in tenera età (un esempio nostrano di qualche mese fa è l’articolo di una rivista di Gossip che ha commentato con tanto di foto il corpo della tredicenne Chanel Totti), e ogni giorno siamo costrett3 ad ascoltare discorsi come quello dello psichiatra Raffele Morelli il quale, soltanto pochi mesi fa, esortava le donne a preoccuparsi nel caso, uscendo di casa, non avessero avuto lo sguardo degli uomini addosso. E da questo tipo di pensiero ne conseguono dati come quelli riportati dalla Cornell University, secondo cui in Italia il 79% delle ragazze ha subito catcalling prima dei 17 anni, con un terrificante 69% delle donne che è stato seguito per strada da uno o più uomini nell’anno precedente all’indagine. Il modo in cui le donne vengono rappresentate nella pornografia più guardata (Pornhub, Youporn, Redtube, etc), nei programmi televisivi (Ciao Darwin in primis), nelle pubblicità più disparate, nelle discussioni politiche e non solo, porta a cambiamenti talvolta irreversibili nel modo di sentirsi di donne e ragazze, che interiorizzano questa inferiorità e un’estetica che diventa più un dovere che un piacere.


Chissà come sarebbe la storia del mondo se avessero insegnato alle donne a essere quello che potevano essere e a realizzarsi come persone intere, se avessero concesso loro le possibilità di svilupparsi come persone con obiettivi, desideri, passioni legate al loro soddisfacimento personale. Chissà come sarebbe essere sia donna che persona, sia donna con un corpo che persona. Ma ci troviamo ancora in una società che vede le donne solamente come corpi di cui potersi liberamente appropriare per i propri scopi. Non si progredisce senza lottare, e noi siamo pronte a farlo per tutt3.

Beatrice

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