Politicamente corretto: una dittatura che non esiste

politicamente corretto

Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro del politicamente corretto. Le donne e le minoranze si sono coalizzate contro la maggioranza composta principalmente da maschi bianchi etero cisgender, la parte di popolazione che sta pian piano diventando la più oppressa della storia umana. Dopo aver dominato per secoli in ogni ambito del nostro pianeta, dalla tecnologia alla medicina, dall’arte alla letteratura, in qualsiasi settore immaginabile (questo dominio è stato meritato, oppure per meritocrazia si intende vincere togliendo tutti gli strumenti utili al resto dei concorrenti?), nel 2020 la povera maggioranza si ritrova improvvisamente catapultata nel mondo dell’oppressione. La colpa? Del politicamente corretto.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, l’espressione si riferisce “in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio”. Dagli Stati Uniti poi, come sempre, la lotta si è estesa a tutto il mondo, a tutte le persone che erano e sono stanche di sottostare alle rigide regole di un sistema creato da e per la maggioranza e che hanno iniziato a richiedere con sempre più forza il diritto a farne parte, ad avere una voce. La cultura dell’inclusione parte dal linguaggio, per poi poter arrivare a rendere tutt3 partecipi al tavolo dove si siede chi decide e chi ha la facoltà di opporsi. Dopo millenni di privilegi e finta meritocrazia, la maggioranza vede ora traballare la posizione di potere in cui si trova per colpa della rivendicazione di equità, dignità e rispetto, una pretesa che sembra talmente opprimente da essere chiamata “dittatura”.

La semplice richiesta di parlare e scrivere con un linguaggio inclusivo, senza usare parole offensive o frasi opprimenti, sta mettendo in crisi un privilegio che, però, nella realtà dei fatti resta solido e forte. La voce di chi non viene ascoltatə si perde nel vento o viene messa a tacere in nome di pensieri come “io non vedo un’offesa”, “non si può dire più niente”, “vi offendete per ogni cosa”, “fatevela una risata/scopata”, e via dicendo. Chi ha sempre dettato le leggi crede, ancora una volta, di poter decidere anche come l3 altr3 debbano sentirsi, se abbiano il diritto di offendersi e se le loro reazioni siano o meno esagerate. Per esempio, se una persona nera si offende perché il bianco di turno usa la n-word, ovviamente è sempre e solo uno scherzo: ma se nessunə ride, è proprio necessario continuare, magari anche spiegando come la parte offesa non abbia nessun diritto a risentirsene? Oppure, al Festival della Bellezza di Verona (un esempio su centinaia), tutti gli invitati a discutere di “Eros e Bellezza” erano uomini. Se poi, però, il governo italiano propone le quote rosa per garantire la partecipazione femminile, si inneggia a una mancata meritocrazia, come se questo criterio non mancasse quando invece le donne vengono escluse da tutti i festival, dalla politica, dalle posizioni che decidono anche per loro. O ancora, quando Elliot Page ha fatto pubblicamente coming out come persona transgender, centinaia di commenti sotto ai vari articoli, frutto dell’errata convinzione che si deve sempre e per forza dire la propria sulle scelte personali di qualcunə che non corrisponde a ciò che è considerato standard dalla società, per la maggior parte sono stati in qualche modo offensivi. C’era chi commentava frasi come “non occorre più dire queste cose, faccia quello che vuole”, ignorando l’importanza del riconoscere e far riconoscere la propria identità, specialmente quando non appartiene alla maggioranza, o c’era anche chi più direttamente insultava usando frasi transfobiche che, ovviamente, non verranno riportate. Se si iniziasse a mettere su carta tutti gli esempi delle micro-aggressioni e violenze che le minoranze subiscono, non basterebbero tutti gli alberi del mondo.

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Nonostante questo, la “dittatura” che oggi invece spaventa è quella del politicamente corretto, tanto che si parla addirittura di dogmatismo liberticida che non accetta pensieri diversi dai propri, ci si aggrappa alla libertà di pensiero e di espressione per giustificare offese e discriminazioni, a frasi come “non posso pensare quello che voglio?”, perché si vuole mantenere il privilegio secolare di non ascoltare chi sta parlando, chi si sente offesə, chi sta dicendo che non è a proprio agio con ciò che si sta esponendo. Come si fa a spiegare a chi non ha mai dovuto farsi domande, a chi non ha mai subito oppressioni di genere, sessuali, razziali, ecc. che il pensiero non è legittimo in quanto tale? Che il sessismo, il razzismo, l’omobitransfobia, l’afobia, la grassofobia e tutte le varie discriminazioni non sono opinioni? Che non si devono commentare i cambiamenti fisici di qualcunə non perché c’è una dittatura in atto, ma perché il suo corpo e le sue scelte personali non devono essere sotto il controllo di nessun altrə? Così come la sua vita sessuale, le sue scelte personali, il suo orientamento e tutto ciò che appartiene alla sua libertà di autodeterminarsi. Se il giudizio, l’offesa, l’ingiuria fanno parte della maggior parte dei discorsi, non deve più essere un problema di chi subisce quelle parole: se si chiede rispetto, bisogna darlo. Se questa dittatura del politicamente corretto è scomoda solo a chi pensa che una persona disabile deve essere autoironica e accettare le prese in giro, per gli uomini che dicono che non si può più toccare una donna senza venire poi denunciati (mancando totalmente di cultura del consenso e di rispetto, perché ovviamente non si deve mai toccare nessunə senza che sia conseziente), per chi sente di non poter più dire nulla sulla vita delle altre persone, allora sarà forse che questo sia un antidoto alla vera dittatura?

Il cambiamento è sovversivo e comporta un rovesciamento, un annullamento di tutto ciò che prima era considerato quotidiano e abitudinario, e se questo richiede più attenzioni, più impegno, più dedizione, allora è la strada giusta da percorrere.

Beatrice

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