Victim blaming: perché non è mai colpa di chi subisce

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Il victim blaming o, in italiano, colpevolizzazione della vittima è quel fenomeno per cui la persona, molto spesso donna, che ha subito una molestia, un abuso e\o una violenza, viene vista come se in qualche modo i suoi comportamenti avessero favorito, provocato e\o non impedito l’atto in questione. Perciò, almeno una parte della colpa viene trasferita sulle spalle della “vittima” che, spesso, viene danneggiata doppiamente perché il suo vissuto viene minimizzato, non creduto, e la persona responsabile del reato viene almeno parzialmente scagionata. Le cause di tutto ciò affondano le proprie radici nella società patriarcale che legittima la cultura dello stupro: la donna, spesso oggettificata e privata delle proprie libertà, riceve una punizione quasi prevedibile per non essere rimasta al proprio posto, per aver fatto valere il proprio diritto a essere una persona che si veste come vuole, esce di notte, mette fine a una relazione in cui non si trovava più a suo agio, e così via. Tutte cose che, se si è uomini, in questo mondo è più che normale fare ma che, quando si tratta delle donne, vengono viste come un “se l’è cercata”.

In un rapporto Istat del 2019 è evidente come questa visione del mondo sia ancora condivisa da moltissime persone:

Addirittura il 39,3% della popolazione ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Anche la percentuale di chi pensa che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire è elevata (23,9%). Il 15,1%, inoltre, è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

Il fatto ancora più grave, però, è che queste narrazioni non vengono confutate dalle sentenze giudiziarie o dal resoconto dei media sull’accaduto, andando a rinforzare questa dinamica della donna come vittima ma anche un po’ carnefice di sé stessa, quando la realtà dei fatti è ben diversa. Un chiaro esempio di ciò è la tristemente famosa “sentenza dei jeans” del 1998, quando la Corte di Cassazione Italiana annullò la condanna per stupro di un 45enne solamente perché la ragazza indossava dei jeans aderenti, un indumento che “non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta”, sulla base di una mera supposizione che non teneva conto dello stato fisico, psicologico ed emotivo della vittima. Nel 2018, invece, un’altra sentenza shock in Irlanda aveva assolto lo stupratore perché la vittima indossava biancheria “troppo sexy”, dando il via a una serie di proteste femministe contro la credenza che il modo di vestire possa provocare e addirittura giustificare una violenza, mostrando come il problema esista anche a livello globale.

In Italia, in tempi molto più recenti, abbiamo assistito anche ad altri due casi eclatanti a livello di narrazione colpevolizzante nei confronti delle vittime da parte dei media (in realtà se ne potrebbero fare decine e decine per i casi degli ultimi anni): il primo è quello Alberto Genovese, colpevole di aver violentato una ragazza per ore, ma descritto da note testate giornalistiche come un uomo brillante, intraprendente, costretto a fermarsi per un po’ per aver commesso un banale errore. Paradossalmente, lo stupro viene visto come un incidente di percorso, privando la ragazza della propria storia e della propria dignità, silenziando la sua voce perché l’uomo che l’ha aggredita ha tutte le attenuanti del caso, perché era lei a non dover entrare nella sua camera, perché non si vuole rovinare la reputazione di lui per un errore di giudizio. Il secondo caso, invece, riguarda il femminicidio avvenuto pochi giorni fa a Roveredo: come tutte le cronache di femminicidi, il risalto viene dato a quelle che sono viste come le colpe della vittima, Aurelia Laurenti, che aveva deciso di andarsene e lasciare l’uomo, o che non adempiva completamente ai propri doveri di moglie e madre. Secondo la madre, la cui intervista è apparsa addirittura in più testate giornalistiche, lui era una “persona meravigliosa”, mentre lei “stava sempre al telefono” o “non accudiva la casa”. La donna viene uccisa perché l’uomo non ha più controllo su di lei, perché rivendica delle libertà personali che non corrispondono al suo ruolo di donna dal punto di vista patriarcale, e perciò, secondo molti giornalisti, che qui vanno a intervistare e soprattutto a riportare le parole della madre di un assassino, un po’ della colpa almeno ce l’ha anche lei.

D’altronde, i numeri di chi pensa che tutto questo sia legittimo sono a dir poco agghiaccianti:

Per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (più uomini, 12,7%, che donne, 7,9%); per il 7,2% “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”, per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Solo l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Ciò che manca è una cultura del consenso e della parità che vada a contrastare tutto ciò che delegittimizza le vittime e giustifica i carnefici, un’educazione che parta dalla colpevolizzazione di chi gli stupri e le violenze li commette, e non che punti a insegnare alle donne come poterli evitare. Silenziando le voci delle survivors, non credendole, non si danneggia solamente loro violandole una seconda volta, ma si impedisce anche di rivoluzionare il modo di pensare collettivo che, spesso, vede gli uomini come intoccabili e li giustifica, perché in fondo le donne non sono loro pari, anche se non lo si dice mai così apertamente. Per creare un’alternativa, perciò, bisogna proprio partire dalle storie di chi queste mancanze le ha subite sulla propria pelle, ascoltandole, credendole e valorizzandole, senza mai dubitarne. Solo così si potrà avere un vero cambiamento e si potrà fare in modo che, un giorno, tutto questo dolore non venga più replicato.

Giulia

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