25 novembre: commemorazione e lotta

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Sessant’anni fa, nella Repubblica Dominicana, le tre sorelle Patria Mercedes Mirabal, Marìa Argentina Minerva Mirabal e Antonia Marìa Teresa Mirabal furono fermate dalla polizia segreta mentre andavano a trovare i loro mariti in prigione, con i quali loro stesse avevano combattuto contro la dittatura di Trujillo. Quel giorno vennero fatte scendere dalla loro auto, portate in mezzo a un campo e lì vennero torturate e uccise. Ventuno anni dopo, nel 1981, durante il primo incontro internazionale femminista tenutosi a Bogotà, si decise di commemorare questo episodio ed ergere ciò che successe loro a simbolo della violenza di genere. La decisione fu resa ufficiale il 17 dicembre 1999 dall’ONU, che scelse il 25 novembre come giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Dal 1960 a oggi, globalmente parlando, la situazione storica, geopolitica e culturale si è evoluta, ma c’è una cosa che rimane terribilmente difficile da estirpare: il sistema sociale patriarcale. Infatti, ancora oggi esso è causa di innumerevoli violenze tra cui spicca il femminicidio, termine usato per designare l’uccisione di una donna per motivi basati sul genere, spesso da parte di un uomo che non ne accetta la libertà e ne vuole detenere il possesso. Secondo l’ultimo report pubblicato dal Ministero della Giustizia italiano, che fa riferimento al quadriennio 2012-2016, ogni anno in Italia sono morte in media 150 donne per questo motivo, cifra a cui è doveroso aggiungere il numero di oltre venti donne transgender che sono state uccise negli ultimi quattro anni (il numero femminile supera di gran lunga quello maschile, e ricordiamoci che il numero italiano di omicidi di persone trans è il più alto in Europa).


Di fronte a numeri di tale portata, però, molte persone nel nostro paese continuano a cercare di minimizzare questo fenomeno, rispondendo con frasi come “se si vuole la parità dei sessi perché esiste un termine per l’omicidio delle donne e non per gli uomini?”, e inneggiando a un fantomatico “sessismo al contrario” sulla base di esse. I dati, però, parlano molto chiaramente, come si può vedere, per esempio, nell’infodata de Il Sole 24Ore: nel 2017 i femminicidi hanno toccato quota 123, mentre gli uomini uccisi da donne sono stati 8, e solo nel 24% di questi la responsabile era una conoscente (contro l’80,5% nel caso delle donne). Va ricordato che i fenomeni vengono creati dai dati, non dalle singole esperienze che, anche se indubbiamente continuano ad avere il loro valore e la loro carica emotiva, non costituiscono una manifestazione sociale di violenza sistemica. Quindi, mentre le percentuali e i numeri dei femminicidi rafforzano sempre più questo fenomeno secolare, ancora oggi sembra necessario dover spiegare alla maggior parte degli uomini (perché molto spesso sono uomini coloro che scrivono e urlano “not all men” e richiedono il termine “maschicidio” per una presunta “vera parità di genere”), che esso esiste, che è valido ed è anche supportato da dati scientifici. Come lo si può scardinare se ancora si fa così fatica a vederlo?


Guardando poi al fenomeno della violenza sessuale in Italia, così come nel resto del mondo, si nota ancora di più come la cultura dello st*pro sia fortemente radicata in diversi ambiti quotidiani, e come quindi tutte le donne debbano farci i conti giornalmente. Prendendo i dati del report della Polizia di Stato del 2019, ogni 15 minuti in Italia una donna subisce violenza (una media di 88 donne al giorno), e nel 60% dei casi avviene per mano del partner. Il 31,5% delle donne tra 17 e 70 anni ha subito una violenza fisica o sessuale nella sua vita, il 21,5% di loro ha subito atti persecutori (stalking), e il 26,4% ha subito violenza psicologica da parte del partner.

Se questi numeri ufficiali sono enormi tanto da far paura, nella riflessione bisogna considerare anche tutti i casi di violenza che non sono stati denunciati: a questo punto, il numero delle molestie subite dalle donne in tutto il mondo diventa quasi incalcolabile. Nel 2018 l’Istat, sempre in collaborazione con il Ministero per le Pari Opportunità, ha realizzato un report sugli stereotipi di genere da cui esce un profilo dell’italiano medio molto esaustivo, che spiega perfettamente perché queste violenze facciano ancora parte della vita di ogni donna. Per esempio, un punto molto importante è: “per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false (più uomini, 12,7%, che donne, 7,9%); per il 7,2% “di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì”, per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. Solo l’1,9% ritiene che non si tratta di violenza se un uomo obbliga la propria moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà”.


Riconoscere la violenza è il primo e fondamentale passo da fare per eliminarla: oggi, 25 novembre, è importante commemorare coloro che ogni giorno soffrono, muoiono e combattono contro tutti i modi in cui la società patriarcale danneggia, violenta e uccide le donne. Donne che non solo si ritrovano a essere le principali vittime, ma devono anche affrontare la vergogna in una società che le porta a credere di essere in qualche modo responsabili, quando non lo sono mai. Oggi, però, non è solo un giorno di commemorazione: è bene che oggi sia un giorno di lotta, così come lo è stato ieri e lo sarà domani, perché la lotta non finirà finché l’ultima donna nel mondo non smetterà di essere oppressa.

Beatrice

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